Come spesso accade, un libro si rivela molto più illuminante del film che ha ispirato. Ultimamente ho avuto conferma di questo assioma dalla lettura di Out of control di Kevin Kelly, testo dichiratamente tecno-utopistico, che pare sia stato consigliato dai fratelli Wachowski a Keanu Reeves per calarsi nel personaggio di Neo per il film The Matrix. Leggendo il saggio di Kelly però ci rende presto conto che il cyber-action movie campione d’incassi deve a quel testo unicamente alcune tematiche ˝tecnognostiche˝, mentre per il resto Out of control risulta essere qualcosa di ben più profondo delle, seppur avvincenti, inquietudini dell’Eletto. Sebbene sia stato scritto nel 1994 (la prima bozza del Genoma Umano vedrà la luce solo nel 2000), in chiusura l’autore propone una serie di domande, non nuove (come egli stesso confessa) ma estremamente interessanti, a cui però non dà risposta alcuna. Una fra tutte di interesse prettamente biologico: «Se l’evoluzione tende ad alimentare maggiore complessità, perché accade questo? E se davvero non lo fa, perché sembra che lo faccia? La complessità è effettivamente più efficiente della semplicità?». Trovo la questione piuttosto interessante. Banalmente, l’evoluzione alimenta maggiore complessità perché una maggiore complessità favorisce il maggior numero di adattamenti. La modalità con cui è garantita questa flessibilità risiede nell’organizzazione dei genomi degli organismi viventi. Organismi più complessi hanno genomi meno compatti, ovvero una minore densità di DNA genico rispetto a quella di DNA intergenico. In che modo allora l’espansione di DNA intergenico promuove una maggiore complessità? Quello che veniva originariamente definito “junk” DNA detiene funzioni purtroppo ancora ignote, ma è stato visto rivestire notevole importanza a livello regolativo e poiché organismi con livelli regolativi più complessi rispondono più efficacemente a stimoli diversi consegue che effettivamente, almeno da un punto di vista evolutivo, la complessità sia più efficiente della semplicità. A meno del riduzionismo che potrebbe emergere da queste considerazioni, correlare la presunta tendenza dell’evoluzione ad incrementare la complessità con una presunta pressione selettiva che operi positivamente sulla plasticità dei genomi apre scenari inauditi sul futuro delle specie: si potrebbero immaginare organismi venturi con genomi completamente fluidi, combinatori, iperadattabili! Se questo non fosse solo un buon soggetto per un film di fantascienza, magari prima che si spenga il Sole (o più probabilmente prima di aver finito per autodistruggerci) potremo studiare organismi con genomi molto simili a degli anagrammi!