La visione del documentario What the #$*! do we know!? (2004) non mi ha particolarmente entusiasmato. La preponderante partecipazione di adepti della Scuola di Illuminazione di Ramtha fa decisamente perdere di credibilità all’intero lavoro, rendendolo solo un confuso pasticcio di teorie pseudo-scientifiche e di massime New Age, sebbene molte riflessioni siano spiritualmente piuttosto edificanti. L’unico pregio che questo film ha avuto é aver stimolato in me il seguente ragionamento. Mi ha sempre intrigato l’ipotesi che la percezione sensoriale sia alla base dei dilemmi morali dell’uomo. La percezione sensibile delle cose é supportata dalla memoria e ricreata nella prassi e in un certo senso limitata alle cose che per esperienza riteniamo possibili: non avendone mai avuto esperienza, i nativi d’America pensavano che le caravelle di Colombo fossero strane onde, gli abitanti di Metropolis pensavano che Superman fosse un uccello o un aereoplano, etc. Di conseguenza, possiamo considerare la nostra coscienza una macchina che produce realtà. Questo é alla base del deja-vu. Una ragazza non vedente dalla nascita una volta mi ha raccontato di come nella sua mente esperienze sensibili diverse siano associate al nome dei colori di cui lei non ha mai avuto percezione. Lei quindi crede nell’esistenza del blu, anche se nella sua realtà esiste solo la parola “blu” ma non ciò che un vedente impara essere chiamato così. Wittgenstein in Della certezza afferma che “quello a cui crediamo dipende da quello che impariamo”. La ragazza ha probabilmente appreso da altri che esiste un blu diverso da quello che lei si é rappresentata nella sua realtà. Quindi anche se il mio blu non esiste nella sua realtà, lei si fida e crede che anche il mio blu esista. Un’estensione interessante di questa argomentazione riguarda il giudizio morale che diamo della realtà. I due principali sistemi neurali del giudizio morale sono il sistema affettivo e il sistema cognitivo. Il primo é comune ai primati ominidi e viene innescato in modo stereotipato da stimoli sociali, mentre il secondo ha nell’uomo lo sviluppo maggiore in tutto il regno animale. Le percezioni sensibili contribuiscono notevolmente all’emersione del giudizio morale, in quanto hanno effetti sul bilancio tra l’attivazione neurochimica dei due sistemi per motivi fisiologici e di adattamento evolutivo. Rispetto alla quantità di informazioni che il nostro cervello é in grado di processare ogni secondo, noi siamo coscienti solo dello 0.0005%. Questa quota esigua di dati contiene informazioni relative all’ambiente, al nostro corpo e al tempo e rappresenta lo stretto indispensabile per la sopravvivenza che emergere dallo stato cosciente. Ciò che vediamo con gli occhi quindi é solo una rappresentazione parziale di ciò che “vediamo” a livello cerebrale. Essendo la percezione parziale, ogni giudizio sarà sempre insufficiente e superficiale. Definire una condotta morale potrebbe quindi trascurare la conoscenza di ciò che non si percepisce, che non si apprende e a cui quindi si può non credere. Come poter giudicare cosa é bene e cosa é male se si é limitati nella conoscenza dell’intera realtà? I dogmi morali vanno ridimensionati. Ad esempio, non può esistere una morale religiosa fintanto che la fede sia intesa come consapevolezza di qualcosa di intellegibile. A mio avviso, la fede é qualcosa di simile a ciò che mostra Kirkegaard in Timore e tremore presentando come campione di fede Abramo che “in forza dell’assurdo riottiene Isacco”. Non possiamo inferire regole morali dall’ignoto, ma siamo liberi di saltare nel buio.